Album & Singoli

14 dicembre 2011

Florence and The Machine – Ceremonials [Recensione]

L’attesa e le aspettative per il secondo album, dopo l’eccezionale esordio con “Lungs”, della rossa Florence ( al secolo Florence Leontine Mary Welch – Londra, 28 agosto 1986) erano veramente alte e si sa che il secondo album è un passo delicato nella carriera di un’artista soprattutto se ha solo 25 anni e leggenda vuole sia stata scoperta mentre canticchiava nei bagni di un locale londinese intenta a rifarsi il trucco.

Quando però c’è la solida base di un talento fuori dal comune e una voce che non si sentiva dai tempi di Kate Bush e Tori Amos ecco avverarsi il miracolo, perché questo è l’aggettivo che va usato per Ceremonials. Un disco scuro e dalla forte componente introspettiva, che va ben oltre l’età anagrafica dell’artista, definiscono le 12 tracce presenti che nel loro susseguirsi portano ad addentrarsi nel mondo parallelo del non visibile, dell’ onirico e del dark, a supporto del tutto una band (i The Machine) che tesse trame che vanno dal rock e soul più intimo fino al pop più comprensibile.

Il primo pezzo Only If For A Night apre il “trip”, i versi: ”And I had a dreamabout my old school…/E ho fatto un sogno sulla mia vecchia scuola” ci portano a cadere nel buco seguendo il bianconiglio dando subito l’idea che il viaggio sarà stupefacente ed impegnativo, voce perfetta senza eccessi , Florence ci aprirà tutte le 12 “stanze” del disco senza spiegare ma solo rivelandosi.

La seconda traccia Shake It Out , singolo perfetto, riprende il discorso iniziato nel disco precedente di melodie potenti e ballabili con esplosioni di voce ad invocare redenzione e l’uscirne fuori del titolo è l’augurio. La successiva What The Water Gave Me riporta alla dimensione intima e dopo l’inizio sola voce su leggere pennate su un ‘arpa alza il tiro per un istante intonando il titolo ma calando subito dopo in sussurro affascinante e sensuale e chiudendo in vocalizzi virtuosi e ripetitivi. Never Let Me Go esce fuori dalle mura ideali dei primi brani portandoci a respirare a pieni polmoni l’aria fresca di spazi aperti ma comunque malinconici e con nubi nere in lontananza e nella parte di testo in cui canta “And it’s breaking over me, a thousand miles down to the sea bed, I found the place to rest my head, never let me go/E si sta rompendo sopra di me mille miglia giù sul letto del mare ho trovato un nuovo posto per riposare la mia testa non lasciarmi mai andare” si comprende il dolore di un’amore finito o forse mai vissuto.

La quinta traccia Breaking Down con una forte impronta orchestrale tenta di uscire dallo schema torbido della prima metà dell’album, l’arrangiamento orchestrale fa da tappeto alla consapevolezza di essere sola ma amata, anche se il sentimento è di amicizia, da questo lui che non c’è più.

Lover to Lover, ricorda la migliore Patty Smith e si presta ad essere un potenziale singolo, e svela l’ulteriore passo, cambiando un amante dopo l’altro, per uscire dall’intossicazione amorosa con la batteria in primo piano e protagonista anche della successiva No Light, No Light con cassa in 4 per un pezzo da dancefloor molto ben costruito.

Con Seven Devils si ripiomba nell’oscurità più densa, I sette diavoli attorno, girano, tentano e viene voglia di unirsi a loro per abbandonare il male che alberga nel nostro cuore diventando male noi stessi, l’uso del violino a sottolineare I movimenti diabolici è già sentito ma efficace. Heartlines segna un altro momento di reazione, solo temporanea, per arrivare comunque alla consapevolezza che “il tuo cuore è il solo posto che posso chiamare casa”, cantato con potenza e voce piena è in pieno stile gospel e la ritmica si tinge delle tonalità della terra d’Africa, come se stesse consumando un rito attorno ad un fuoco.

La decima traccia Spectrum è uno dei momenti meglio riusciti del disco, una linea di tastiera accompagna Florence nella catarsi finale, si sta risalendo dall’apnea emotiva dell’inizio e si tira fuori la testa dall’acqua per urlare: ”So say my name and every color illuminates and we are shining and we’ll never be afraid again/Pronunci il mio nome mentre ogni colore si illumina stiamo brillando e non avremo mai più paura”, l’arpa accompagna nuovamente la rinnovata speranza.

All This And Heaven Too continua su questa linea di positività, che forse è solo apparente, in cui si chiede aiuto al Cielo per andare oltre e come dice il testo : “Strilla nella notte più buia e irrompe nella luce del mattino”. Nell’ultimo brano Leave My Body, si intuisce che forse non tutto è superato e si implora di essere chiamati nel momento del bisogno, forse per sentire ancora quella vicinanza che non si troverà mai più. Un disco complesso e difficile da digerire, in particolar modo per gli argomenti trattati, ma la musica ha il dovere di fare anche pensare e qui di pensieri su cui arroccarsi in silenzio ce ne sono in quantità…buona catarsi.



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About the Author

Andrea Bracco
Sono nato a Torino, musicalmente mi formo nei circuiti indipendenti della mia città, ho un amore smisurato per la scena anni '90 di Seattle e per quella anni '80 inglese, la new wave e il post-punk per me sono una religione.




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